"Il Caffe'" (1953-1977)

Rivista letteraria, fondata da Giambattista Vicari e da lui diretta fino al 1977.
All'inizio fu un periodico di attualità, costume e letteratura. Vicari si firmava con lo pseudonimo R.G.Giardini e si rivelò solo nel 1955. Dal 1957 "il Caffè" scelse come campo d'azione la letteratura satirica, eccentrica, grottesca, pubblicando i capisaldi storici (Rabelais, Carrol, Swift) e i contemporanei d'ogni parte del mondo, coltivando però un rapporto privilegiato con la letteratura francese(Cros, Michaux,Roussel, Perec, Queneau, Tardieu). Ai testi erano accompagnate le illustrazioni dei più grandi disegnatori italiani e stranieri (Maccari, Folon, Steinberg, Cardon, Topor, Zannino, Guelfo).
Tra i redattori della rivista vi furono, negli anni: Alberto Arbasino, Renato Barilli, Italo Calvino, Gianni Celati, Guido Ceronetti, Piero Chiara, Franco Cordelli, Corrado Costa, Augusto Frassineti, Gaio Fratini, Enzo Golino, Luigi Malerba, Cesare Milanese, Giorgio Manganelli, Pier Francesco Paolini, Sergio Saviane, Giorgio Soavi, Saverio Vòllaro, Paolo Volponi.
"il Caffè" visse in perenne precarietà : Vicari non volle mai vendere la sua rivista agli editori: "perché - disse - sarebbe la sua morte vera. C'è una necessità prioritaria nell'essere liberi: nel dover contare su un appoggio autentico da parte dei lettori".

Vai all'indice delle riviste il Caffè



Giambattista Vicari, 1955



UN MONDO LETTERARIO



(...) Un giorno radioso del maggio 1953 scesi a via Veneto in cerca di amici. Il mio difetto è grave : quando l'animo mi si mette in moto con un ritmo inconsueto, anzichè raccogliermi nel mio foro interiore, ordinare le idee, fissarle sulla carta , da cui attendo gloria e ricchezza, ma che resta sempre bianca - qualcosa mi spinge a muovermi, a cercare interlocutori.E ' un' orrenda dissipazione, ma l'istinto sempre vince la ragione.

Il grumo che avevo nel cuore poteva sciogliersi soltanto in cospetto di un determinato individuo. Non cercavo un amico qualsiasi, ma quell' amico; per l'esattezza, Giorgio Prosperi, che non da quel giorno sentivo affine, e che stimo molto da sempre.

Lo scorsi di lontano mi accennò di attenderlo. Mi sedetti a un tavolino di Rosati; accanto a me c'era Sergio Zavoli, uno dei migliori radioreporter, anzi uno dei pochissimi veramente bravi. Era anch'egli nutrito di fervore stagionale, animatissimo. Gli anticipai ciò che tenevo in serbo per Prosperi : si dovrebbe fare - gli dissi - un giornale che dica la verità su tutto e su tutti, senza paura. Dovremo pagarcelo noi, non è possibile accettare niente da nessuno. Zavoli sussultò.

- E' il mio sogno - disse.

Pochi minuti dopo, Prosperi era accanto a me. - Ti cercavo, cominciò.

La comunicazione venne fatta subito. - Si dovrebbe fare, fece Prosperi, un giornale che dica la verità su tutto e su tutti, senza paura. Dovremmo pagarcelo noi, non è possibile accettare aiuti da nessuno.

Così nacque Il Caffè. Per la verità Prosperi continuò a dire le sue verità nel modo che aveva sempre usato, cioè esercitando la sua eccellente critica; Zavoli concretizzò i suoi umori realizzando degli ottimi documentari radiofonici. Soltanto io mi levai l'uzzolo di mettere in atto questo privato giornalismo sui pubblici temi generali.

Bene, è stato un'esperimento.

Anzi, sono stati due esperimenti. Qualcuno ricorderà Il Caffè prima maniera (durante il 1953), semiclandestino, stampato di sbieco, e forse anche scritto di sbieco. Non c'è tanto da vantarsene. Ma c'erano delle scorie da digerire, e sono state smaltite. Erano le verità, dette senza ritegni e senza calcoli; erano gli interventi di alcuni privati cittadini ( due o tre in tutto) sugli argomenti universali della vita pubblica. I nostri poisons , le amaritudini.

Poi venne il secondo tempo, un Caffè allargato assai nel giro dei collaboratori, e nello stesso tempo ristretto ad interessi più specifici : la letteratura ( soprattutto, in principio, la nuova letteratura) e la cultura nei suoi rapporti con la vita sociale.

Quanto si sia fatto di valido, è difficile valutare. Ma un piccolo merito c'è : ed è consistito in questa possibilità di creare un punto d'incontro tra tante persone notevoli, ed un punto d'incontro tra interessi che parevano del tutto separati : politica, cultura e società. Via via l'empirismo umoroso magnetico, l'eclettismo, il moralismo sul largo piano del costume si sono venuti rassodando, e coagulando intorno ai temi specifici che sono la sostanza della nostra individuale e particolare attività, intorno ai nostri interessi precipui di scrittori.

Il 1954 è stato dunque, per il Caffè, l'anno del noviziato sperimentale. Vi abbiamo buttato dentro tutti i nostri motivi , e alla fine abbiamo almeno potuto vedere meglio che cosa restava di singolare, che cosa - pettinando il caos- continuasse a rimanere di valido, a qualificarsi, a definirsi. Che cosa? La nostra letteratura, la nostra umanità di gente di cultura.

Il resto (politica in senso tecnico, aspetti della vita economica e strutturale, critica degli atteggiamenti morali e di costume della società, eccetera) si è dunque perduto per noi? Niente affatto. Questa nostra dissipazione fuori dai confini che ci sono pertinenti è servita a qualcosa, e tutto - politica ed economia e problematica di costume ecc. - è rimasto, per quel tanto che la nostra anche modesta letteratura personale ha saputo e potuto assorbire. Vedremo adesso, andando avanti col Caffè, come via via i nostri interventi su tutte le verità della vita d'oggi siano ugualmente esprimibili entro il linguaggio e le forme letterarie e culturali. Il nostro impegno è tutto qui.

Ebbene : ho voluto raccontare un'esperienza assai limitata e per nulla trascendentale, soltanto per trarne qualche deduzione d'ordine generale sul piano di quelli che sono gli atteggiamenti della coscienza odierna, la coscienza di noi giornalisti e scrittori, di questa folla di volontari della pubblica opinione , di guide dell'animo collettivo. (...)

PAGINA QUARANTOTTO (*)

(*) Si tratta della prima dichiarazione programmatica de "il Caffè": è una sorta di decalogo che la rivista propose ai suoi lettori sul n. 6 del 1957, in seguito al quale si avviò un intenso dibattito che proseguì sui numeri successivi.
Il Caffè aspira a mantenere vivo, nel corpo del lavoro letterario, il ricambio degli schemi d'associazione estetica; e a reagire all'usura non soltanto delle formule, ma anche e soprattutto dei materiali che ogni epoca insistentemente predilige.
Pur sentendo viva la pressione degli oggetti, siamo convinti che l'unico modo autorizzato per arricchire il patrimonio ideale è, per gli scrittori, esclusivamente quello di rinnovare gli strumenti espressivi.
Ci si propone pertanto un'opera d'integrazione , e non di polemica nei confronti dei modi consueti, reagendo là dove appare evidente la ripetizione di temi e di modi, se non addirittura la cristallizzazione delle leggi e del repertorio grammaticali.
Non c'è nessuna ripugnanza per la "eresia didascalica"; ma c'è, sì, la ribellione all'uso delle idee in modo non letterario, alla tendenza a soddisfarsi di materiale che non sia divenuto anche linguisticamente plausibile - di un materiale che troppi aspirano a consumare al di fuori di ogni sua riduzione estetica.
La via scelta è quindi quella di un nuovo sperimentalismo ,conscio della sua continua provvisorietà, della sua funzione relativa. Non possiamo prescindere dall'inserimento dei risultati meglio riusciti nel loro tempo storico; nè aspiriamo ad una integrale separazione delle forme più nobili raggiunte, dal clima di cultura che ci avvolge. Ma vorremmo che la tradizione più viva e la presenza di certe direttrici culturali non inducessero mai alla pigrizia, allo schematismo, all'automatismo strutturale e di pensiero. La ricerca sperimentale tende al rovesciamento delle convenzioni, al capovolgimento della norma passiva.
Vediamo chiaramente i limiti di uno sperimentalismo che miri soltanto a rimescolare gli stessi elementi non vivificati dall'esperienza, le formule ormai inerti; ma siamo disposti a concedere l'onore preliminare perfino all'artificio, a condizione che esso serva a una riorganizzazione letteraria delle materie. E sia chiaro che l'artificio deve restare un momento iniziale : come l'avvio d'officina. Lo respingiamo come momento casuale e come limite. Lo assumiamo soltanto in quanto sia valido a far scattare quel "tertium quid" - il subdolo valore estetico ! - che deve sempre essere intermedio tra la conoscenza e l'azione , tra la percezione e la verità ultima, non ridotto ad azione e a verità assunte al loro estremo grado, rese evidenti fuori dell'interpretazione estetica.
Vorremmo pertanto che la ricerca dello scrittore - tesa a riempire le zone vuote del costume e del gusto a lui contemporanei - partisse da una tensione che gli consenta di collaudare ciò che sia artisticamente rigido e sordo. E qui potremmo ripetere che, pur senza negare le verità obbiettive e statiche, pensiamo ad una verità in movimento, che la letteratura deve sempre includere come una profezia, in cui la storia stessa, e la scienza, e la filosofia, e la religione medesime si accrescono, diventano dinamiche, e calate, e ridotte entro quell'autonoma sfera che è l'esperienza estetica.
Aspiriamo, è chiaro, ad un mondo che si trasformi sempre in linguaggio, e sollecitiamo un continuo tentativo di aggiornamento della parola che si atteggi in simboli continuamente imprevisti. E' naturale che accettiamo, così, perfino il rischio della deformazione, della stilizzazione, perfino dell'arbitrio concettuale e formale.
Le "finalità senza scopo" non esistono, e non sono tali se almeno possono essere mediatrici, possono levitare continuamente le capacità dinamiche dello scrittore, e giovino ad anticipare altri valori più definitivi.
Perciò diffidiamo soprattutto del moralismo diretto, del patetico esplicito, del lirismo, che automatizzano l'ispirazione; e preferiamo generalmente indicare l'ironia, la comicità, la parodia, il grottesco, la ricerca dell'eccentrico ( cioè le deformazioni:e non le più facili) come i più fecondi stimoli , per lo meno come i mediatori per giungere a significati e a prospettive perennemente nuovi. Ed è ovvio che l'adottare dei lieviti non significhi cibarsi soltanto di essi.
Forse tutto ciò sarà un modo soltanto cordiale ed esterno di rottura e di ricomposizione. Ma il sistema tocca motivi soltanto strutturali : la letteratura attinge la propria libertà fondamentale qualora disponga di un'assoluta spregiudicatezza di forme , necessaria - oltre tutto- anche alla sua libertà morale. Ricordiamo che l'abitudine ottunde la percezione:e non soltanto quella artistica.

Gaio Fratini, Satira non è, "il Caffè" 2,1972

Satira non è
Acrobazia di clown
Sotto gli occhi del re.
E nemmeno attraversare la via
Da ammaestrati sonnambuli
Per bere con La Malfa un caffè.
Satira è un piangere antico:
il seme delle mie lacrime miete
nell’esultanza.
Ascolto nella notte, Huxley,
macchine subliminali
che vanno persuadendo milioni
di assonnati animali.
Satira invita allo strip ogni dittatura:
informa il tiranno in brache della sua inesistenza.
Ma niente al vino della frode …
Il linguaggio
E’ pazienza d’enigmi, di sortilegi mùtili…
Satira non è
L’autore che ringrazia après l’autodafè.