Vicari 1970
Perché facciamo tanto insistentemente una rivista?
Perché è il luogo dove alcuni uomini di cultura possono compiere la
verifica di un dialogo e di una esperienza condotti in comune e in
pubblico ( con altri eventuali interlocutori: per superare, tra
l’altro, il separatismo specialistico di settori ben qualificati della
nuova cultura).
Perché vogliamo modificare alcuni fastidiosi comportamenti della nostra
cultura letteraria, accreditati dalla pigrizia intellettuale, dalla
resa ideologica, e dall’industria culturale.
Come si fa una rivista?
Dibattendo di continuo le idee nostre e altrui, e tentando di offrire
al dibattito delle pezze d’appoggio ( compromettenti).
E’ difficile. Noi (scrittori) operiamo nella molteplicità. Bisogna
congiungere la molteplicità, accostarne i lembi diversi, ma non mai
unificarla. L’arte è ricambio perpetuo.
Allora, per esempio, i generi. I generi sono le procedure del blocco,
gli stampi di ogni riduzione. Sono scorciatoie ormai facili. Come
illimitato è il repertorio, così sono illimitati i suoi contenitori.
Auspichiamo quindi un certo ( ancora incerto!) saggismo, che sia
coacervo spregiudicato di tutte le modalità – anche qui l’ars
combinatoria- e di tutte le categorie confluenti in un ricambio sempre
ravvicinato, in una tensione sempre disinvolta, a tutti i livelli di
forme e contenuti …
Anche perché temiamo la noia del dottrinarismo, dell’elegiaco che si
autocompiange, dell’astratto poeticistico e ideologico insomma,
trappole mortali dell’intelligenza che si ferma su se stessa. Ma
temiamo altrettanto la giocosa fatuità.
Divertire? Teniamo presente che ormai la parola, nel mondo attuale, ha
un significato diverso. Oggi potrebbe voler dire: convertire,
convertire altrimenti. Quindi, se mai: convertire divertendo, cioè
individuare nuovi luoghi e guidare ad essi.
E’ un ossimoro! Facciamo festa all’ossimoro, alla contraddizione nei
termini, alla concordia discors, alle alternative, a qualsiasi
procedura che stimoli la verifica e lo scontro dai quali possano
scaturire categorie nuove e altrimenti improgettabili.
E poi, anche la nozione della noia è cambiata. Altre sono le monotonie
e le uggie, altri i diletti. Individuarli.
Nucleo dell’azione: rinnovare gli strumenti espressivi, però con la
certezza che si portano dietro i significati. Quindi rinnovare i
significati. Ecco come l’azione letteraria è anche politica.
Diffidenza verso l’evasione che è fine a se stessa. Ma non tutto è
evasione passiva. Ce n’è anche una attiva. Ed è quella che in sé
formula e propone le alternative di ricambio, per il rovesciamento di
una realtà presente, opprimente e ossificata. L’immaginario è valido
quando sia il contro-stampo di una realtà presente di cui deve tener
conto ( e plausibilmente riferito al contesto in cui siamo immersi): la
satira, la parodia, ecc. Non si gioca mai con le parole ma coi
significati delle parole. Altrettanta diffidenza verso i sistemi chiusi
“apriscatole di tutto”.
Scetticismo verso gli interventi “dal di fuori”, che facendo pulizia
totale aprono spazi vergini alle formulazioni della conoscenza. La
conoscenza, cioè la cultura e la letteratura, deve conquistarsi da sola
questi spazi, cogliere le occasioni, adattare i suoi strumenti a queste
occasioni ( aggiornarsi di continuo è la rivoluzione).
Nessuna disgiunzione tra teoria e prassi. Fare letteratura è fare.
Basti pensare agli effetti “ civil” della libertà linguistica.
Non avere paura di apparire “giullari”. L’irrisione continua impedirà
al sistema di riassorbirci. Bisogna togliergli la parola ed è fatta,
bisogna obbligarlo a servirsi del nuovo linguaggio. Sarà lui ad essere
riassorbito e capovolto.
Guardarsi dalla certezza che la parola rappresenti sempre la cosa.
L’uso del linguaggio non è mai abbastanza ambiguo. Ambiguo è soltanto
il generico ( le care, vecchie abitudini).
L’ambivalenza delle parole è una manifestazione della resistenza che il
mondo (la società) oppone a terrorismo dei significati bloccati e
univoci. E’ il segno che i valori tendono a spostarsi.
Avvertire la connotazione di ogni parola, il suo “al di là”.
Accreditare la nuova retorica come smascheramento della pubblica
sintassi, come grammatica della provvidenza ( che vuol essere un po’
aiutata). Non sono soltanto dei nomi che cambiano.
L’ironia è la leva più efficace per operare gli spostamenti di senso.
Impone l’udienza, nel parlatoio dei bla-bla, a tutte le possibilità,
non solo a quelle di Sua Maestà. E prima di tutto è autoironia.
Portare “in campo’ ( sui testi in atto) la razionalità astratta ed
eccessivamente formalizzata degli operosi e validissimi glottologi. Una
nuova alleanza.
Retorica come contro-retorica, antidoto contro il sublime, il generico,
la fluente e automatica persuasione, gli impieghi fuorvianti e
fuorviati. Individuare i nuovi meccanismi della trama, che sono ormai
mobilissimi, e non astratti.
L’innovazione verbale è sempre anche innovazione ideologica. Abbiamo il
privilegio di fare la prima mossa.
Le parole producono comportamenti nuovi, se sono modellate alla realtà
attuale.
L’italiano è una lingua libera? Come applica la sua libertà, in quale
direzione?
Il linguaggio non è un fine.
La cultura non deve impadroniirsi del potere, che è statico. Il potere
vuole che i nomi non cambino.
La libertà linguistica non è un programma, non è un diritto soltanto: è
un dovere (l’obbligo della verifica continua). (da aggiornare di
continuo).
